Il manifesto PERsone TRANSgenere

Guardami. Io ci sono. Sono qui. Esisto. Io sto parlando, m’ascolti? Non vuoi sentirmi? Allora alzerò la voce. Non mi vuoi vedere? Allora diventerò sempre più appariscente. Sono rimasta velata per molto, troppo tempo. Ora basta. Voglio poter vivere i miei vissuti interiori e il mio corpo, come desidero ora e come in futuro sentirò corrispondere al desiderio che emergerà. Amo il mio genere, amo il mio corpo. Tu amale queste realtà o perlomeno rispettale.

Voglio poter vivere ogni spazio, pubblico e privato, sentendomi a casa mia. Non sono una sconosciuta, non lo sono a me stessa e non lo sono neppure alle altre persone. Sono parte d’una comunità, quella che ha un’alta considerazione e un’alta stima delle persone come me: persone transgenere.

Sono una persona che ha una caratteristica rara. E’ una bellezza, perché tu vuoi che me ne vergogni? Sono orgogliosa d’essere una persona con una qualità rara. Rifiuto il fatto che tu mi chieda una diagnosi, è umiliante, offensivo, disumano.

PerTrans s’ispira e ripercorre i contenuti della risoluzione 2048 dell’Assemblea Parlamentare del Consiglio d’Europa approvata il 22 aprile 2015, nonché la legge argentina 26.743 approvata il 09 maggio 2012.

Sono inoltre punti di riferimento le attuali leggi maltese, approvata il 01 aprile 2015, e irlandese, approvata il 15 luglio 2015, e in parte anche la normativa vigente nel Regno Unito, nota come Deed Poll, che consente alla sua cittadinanza il cambio del nome sottoscrivendo un’autodichiarazione seguita da un iter amministrativo semplice e veloce. E’ inoltre di riferimento la legge del Regno Unito Gender Recognition Act del 2004, che introdusse l’indicatore di genere nel suo ordinamento giuridico, a seguito della condanna da parte della Corte Europea dei Diritti Umani nella causa Christine Goodwin contro il Regno Unito.

I principi ispiratori sono la depatologizzazione e l’autodeterminazione delle persone transgenere. L’interesse è rivolto all’applicazione dei diritti umani fondamentali, affinché la dignità delle persone transgenere trovi concretezza.

La persona transgenere in questo Manifesto e Progetto è posta al centro, è l’attrice principale e regista della sua vita, nonché dell’attuazione dei suoi desideri, è l’attrice principale e la regista delle sue scelte.

L’iniziativa vuole porsi l’obiettivo di riscattare la transgenerità italiana dalla fissazione per la psicologizzazione, psichiatrizzazione, medicalizzazione e soggiogamento posta in essere da coloro che si autodefiniscono persone esperte (psicologhe, psichiatre, mediche in generale, avvocate, giudici), che è data dal contesto eteronormativo preponderante in Italia, ma purtroppo anche in altri Paesi. L’altro obiettivo è l’eliminazione della procedura giudiziaria per il cambio dei documenti. Complessivamente vuole realizzare un cambio culturale dell’intera società.

Una brevissima nota storica. Nel 1982 venne approvata la legge 164 “Norme in materia di rettificazione di attribuzione di sesso”, che è l’unica legge italiana sulla transgenerità ed è anche l’unica norma esistente per le minoranze sessuali in generale, non essendoci stato altro a tutt’oggi (2015). Sono passati trentatré anni e nulla è cambiato, anche se da più parti, già dopo non molti anni dall’approvazione della legge 164, s’è sentita l’esigenza d’un miglioramento legislativo.

Da parecchio (ben prima del 2013) esiste il Deed Poll nel Regno Unito, che consente per via amministrativa, con una semplice autodichiarazione, di cambiare il nome. Nel 2012 viene approvata la legge argentina per le persone trans, depatologizzante e autodeterminante. Il 26 giugno 2013, ispirandosi alla legge argentina, viene presentata la mozione 13257 all’Assemblea Parlamentare del Consiglio d’Europa, che diventerà la risoluzione 2048(2015). Sempre nel 2013 Amnesty International pubblica la “Dichiarazione programmatica sui diritti delle persone transgender”, ispirandosi ai principi di depatologizzazione e autodeterminazione, che è quasi un prosieguo della legge argentina e un sostegno alla mozione che porterà alla risoluzione 2048(2015), nonché un’anticipazione delle leggi maltese e irlandese. Cosa fa Rete Lenford nel 2013? Redige quello che è l’attuale disegno di legge 405 giacente in Senato. E’ una proposta legislativa in totale contrapposizione con la risoluzione 2048(2015) e gli altri documenti appena citati, nulla di questo disegno di legge ha a che fare con i principi di depatologizzazione e autodeterminazione e nessuno dei diritti umani stabiliti dalla risoluzione 2048(2015) COE è rispettato, tranne quello riguardante la volontaria conservazione del matrimonio in essere. Addirittura introduce obbligatoriamente la necessità d’una certificazione diagnostica di malattia mentale di disforia di genere, che nella legge 164/1982 è facoltativa, ossia è rimessa alla discrezionalità della giudice o del giudice. Rete Lenford non sapeva nulla dei documenti sopra elencati? O forse le ha fatto comodo ignorarli? Questa sarebbe un’associazione d’avvocate e avvocati paladina delle istanze delle minoranze sessuali?

In breve questo è a oggi l’operato delle associazioni delle minoranze sessuali italiane, un risultato a dir poco deprimente, un operato scandaloso, becero e troglodita da parte di responsabili d’associazioni che non so se definire incapaci, in malafede o forse entrambe queste specificazioni. Lo dico non solo per le questioni transgenere, bensì per tutte le necessità delle minoranze sessuali italiane. Ad maiora.

La legge 164/1982 si può definire una legge importante in quanto nulla c’era per le persone transgenere in Italia prima della sua approvazione, perciò ha dato la possibilità d’uscire dalla totale assenza di riconoscimento legale. Ma è anche una legge gruviera che lascia ampi spazi interpretativi ai giudici e alle giudici, patologizzante e soggiogante. Non prevede certificati psicologici o psichiatrici per il cambio dei documenti ma neppure li esclude, cosicché le persone giudici continuano sistematicamente a richiederli. E’ necessario di fatto sottoporsi a intervento chirurgico di riconversione genitale o sterilizzazione (salvo qualche recente eccezione) e obbliga allo scioglimento d’ufficio del matrimonio. E’ il giudice o la giudice che decide il futuro della persona. Essere obbligati a una procedura giudiziaria ha costi elevati e tempi lunghi.

La risoluzione 2048(2015) del Consiglio d’Europa, come pure le leggi affini già citate più volte, afferma che la transgenerità non è una malattia mentale e dai manuali psichiatrici e psicologici si deve eliminare tale nomenclatura. Il cambio di nome e di genere sui documenti deve avvenire con un’autodichiarazione dell’interessato o interessata, senza obbligo di interventi psicologici, psichiatrici, ormonali, chirurgici, o più in generale medici. La procedura dovrà essere rapida, trasparente e basata sull’autodeterminazione. Tutto ciò è la morte dei certificati psicologici e psichiatrici, dell’obbligo d’interventi chirurgici e ormonali, come pure dei procedimenti giudiziari.

La risoluzione europea tutela anche molti altri diritti umani fondamentali: matrimonio, prole, lavoro, abitazione, salute, gratuità o comunque basso costo degli interventi liberamente scelti per transizionare, e molto altro. Prevede la possibilità d’introdurre nei documenti l’indicatore di genere e un terzo indicato di genere, oltre a quelli maschile e femminile, a differenza della situazione nazionale attuale che ha solo l’indicatore di sesso, peraltro limitato a due soli indicati: maschio e femmina.

C’è una distanza abissale tra la legge 164, così come interpretata sistematicamente dai giudici e dalle giudici, il DDL 405 e la risoluzione e le leggi depatologizzanti e autodeterminanti.

PerTrans può essere vista da certe persone come un sabotaggio della “macchina” della transizione unica per il cambio dei documenti, attualmente esistente in Italia, procedura di fatto imposta e non prevista puntualmente nella lettera della legge, la quale esige interventi psicologici e/o psichiatrici, assunzione d’ormoni e chirurgia genitale di riconversione (RCG) o perlomeno sterilizzazione chirurgica o chimica (salvo qualche rarissima eccezione per la RCG nell’ultimo periodo). Queste persone potrebbero non sbagliarsi riguardo il sabotaggio, se il loro punto di vista è quello di coloro le quali vedono le persone transgenere come delle malate mentali incapaci di scegliere autonomamente il proprio futuro. D’altronde è in primis il sentire interiore transgenere e il corpo transgenere a sabotare il sistema binario che impone d’avere un vero sesso, maschile o femminile. In altre parole è un deragliamento causato dal cambiamento dello scarto del binarismo sessuale. Un sabotaggio non fine a sé stesso bensì proteso al progetto appartenente a questa iniziativa.

Le persone transgenere sono dette minoranza sessuale. Di primo acchito si potrebbe pensare che ciò sia riferito a un parametro numerico, ne è invece fattore rilevante il parametro morale che confina queste persone ai margini della società. Tale marginalità permarrà fino a quando la legislazione vigente in Italia non verrà modificata secondo principi di depatologizzazione e autodeterminazione. Solo così gli individui transgenere saranno maggioranza morale e politica. Questa iniziativa vuole essere un contributo in detta direzione.

Nel periodo corrente dove per le persone transgenere italiane le idee per un rinnovamento legislativo sono quasi nulle e quelle poche sono senza grandi prospettive di successo, o addirittura sono idee folli, viste dalla prospettiva dei principi d’autodeterminazione e di depatologizzazione, PerTrans si propone d’essere un manifesto sui diritti umani fondamentali a elevata innovazione. Se le associazioni delle minoranze sessuali, le persone della politica, accademiche, attiviste di varia tipologia delle minoranze sessuali, e anche certa parte delle persone transgenere, continuano a pensare che basti procedere come s’è fatto finora, ottenendo per l’Italia nulla o quasi, ciò continuerà a mantenere la nazione esclusa dalle democrazie avanguardiste riguardo la dignità e i diritti delle persone transgenere, come pure per tutte le altre minoranze sessuali. La politica del compromesso, adottata dai soggetti ora menzionati, ha portato all’attuale situazione di distanza abissale del Paese dalle nazioni più progredite. Ritengo invece che l’Italia abbia bisogno d’una rivoluzione culturale, legislativa e sociale che le faccia recuperare rapidamente l’enorme divario che la separa dalle scelte istituzionali europee e dalle nazioni progredite sui diritti fondamentali per le persone trans.

Il fatto che la situazione delle persone transgenere sia considerata una malattia mentale dai manuali di diagnosi internazionali, è offensiva della loro dignità umana, è svilente l’immagine sociale, è umiliante agli occhi della società, pertanto diventa un ostacolo supplementare all’inclusione sociale, causato in gran parte proprio da coloro che si autodichiarano persone esperte -psicologhe, psichiatre ed altre mediche- che, a loro dire, vogliono aiutare queste persone. In altre parole, queste persone pseudo esperte prima creano o ingigantiscono il problema e poi si propongono di risolverlo, con grande soddisfazione per il loro portafoglio, ma con grave danno per le persone transgenere. Persone pseudo professioniste che impongono regole sulla testa delle persone trans, molto spesso senza neppure ascoltarle. E’ un disagio sociale fonte di grandi sofferenze e problemi, che sarebbero invece facilmente evitabili in una prospettiva transgenere autodeterminata e depatologizzata.

Elevati sono i livelli di pregiudizio e d’ostilità contro le persone transgenere che potrebbero essere evitati adottando soluzioni adeguate, tra le più importanti avere documenti conformi al genere d’elezione senza dover essere dichiarate malate mentali o doversi sottoporre obbligatoriamente a interventi medici.

Esistono LE transizioni, non LA transizione. Esistono I percorsi e non IL percorso di transizione. I percorsi sono molteplici se si sdogana l’attuale percorso unico monopolizzato per il cambio dei documenti, così creato per favorire gl’interessi delle persone pseudo professioniste.

L’unificazione dei possibili percorsi di transizione sotto l’unico percorso costituito da psicoterapia/psichiatria, terapia ormonale e riconversione chirurgica genitale o sterilizzazione, è tanto immaginario quanto lo è l’unificazione delle persone transgenere.

La transizione è, da un punto di vista monetario, un settore di nicchia con il suo relativo giro d’affari per persone psicologhe, psichiatre, endocrinologhe, avvocate. Categorie professionali che hanno tutto l’interesse a esercitare un controllo anche serrato sulle persone trans. Interessi economici ed esercizio del potere sono elementi che portano ad avere un forte interesse a mantenere unico il percorso di transizione patologizzato, psicologizzato, medicalizzato, passivizzante-soggiogante e soggetto alle autorizzazioni della magistratura. Diversamente, questo affare di nicchia, subirebbe forti perdite economiche e questo è uno dei problemi che frena il cambiamento dell’Italia verso la depatologizzazione e l’autodeterminazione delle persone transgeneri.

Il conflitto d’interessi dei responsabili d’associazioni trans, o più ampiamente delle minoranze sessuali, con singoli professionisti e organizzazioni di professionisti, blocca ogni reale possibilità di diffondere una cultura depatologizzante e autodeterminante per le persone transgenere. L’avvento d’una legislazione italiana in tal senso, l’accoglienza senza remore di tutte le persone transgenere nella collettività trans e nelle associazioni delle minoranze sessuali, sarà possibile eliminando le attuali discriminazioni tra chi si sottopone a trattamenti medici e psicologici o psichiatrici e chi sceglie percorsi di transizione diversi che escludono in tutto o in parte tali interventi.

Ponendo fine al brulicare di pseudo persone esperte che parlano di ciò che non vivono in prima persona, bensì parlano sopra la testa d’altri e d’altre, è auspicabile che le persone transgenere s’esprimano nei vari ambiti della società raccontandosi nei modi più vari. Quanto detto vale, nella realtà italiana, specialmente per le persone transgenere maggiormente emarginate all’interno della collettività trans in quanto hanno scelto percorsi di transizione diversi da quello unico medicalizzato e psicologizzato/psichiatrizzato. In altre parole si tratta anche, per quanto riferibile alla collettività trans italiana, di rompere gli stereotipi interni alle realtà delle minoranze sessuali attiviste e non attiviste, di scardinare la chiusura, la ghettizzazione, l’esclusività e la diffidenza del mondo transgenere.

Nuove presenze di figure di uomo e donna chiedono di potersi costruire appieno ed esprimersi liberamente nella società. C’è bisogno di nuovi spazi.